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Archive for aprile 2010

Un”dolce… segno” di primavera: i prati, vicino a casa mia, in questi giorni sono una distesa di rucola selvatica e di fiori gialli che mi hanno fatto pensare subito a questo piattino che avevo visto su riviste e libri, di facile e secuzione, con ingredienti per niente difficoltosi da reperire anzi che abbiamo quasi sempre in casa. Io ho preferito la rucola alla selvatica, per me troppo amara e poi i prati sopramenzionati, sono ai bordi di strade – anche se poco trafficate – comunque sempre polverose di smog. Potete prepararlo in un mezz’oretta circa…

INGREDIENTI PER QUATTRO PERSONE

320 grammi di riso carnaroli superfino

90 grammi di crescenza

1 carota

1 gambo di sedano

1 zucchina

1 cipolla bianca di Cannara

1 bel mazzetto di rucola

1 bicchiere di vino bianco secco

1/4 di dado classico

1 noce di burro.

PREPARAZIONE

Pulire le verdure per il brodo: mettere a bollire un litro e mezzo di acqua con la carota, la zucchina, la gamba di sedano, mezza cipolla e il pezzettino di dado. Affettare sottilmente l’altra mezza cipolla che farete soffriggere con una noce di burro e appena imbiondirà, tuffare il riso mescolandolo di continuo fino a quando i chicchi iniziano a trasparire. Sfumare con il vino bianco e poi cuocere il riso per circa venti minuti unendo di tanto in tanto il brodo. A metà cottura del riso, con l’aiuto del frullatore ad immersione, frullare poco poco le verdure del brodo, filtrare quest’ultimo nel momento in cui ne aggiungerete ancora al riso. Appena finita la cottura, spegnere i fuochi, unire la crescenza amalgamando bene il tutto ed infine unire la rucola fresca affettata sottilmente. Servire.

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Un “Dolcepensiero” a cui non dico mai no… e poi da quando ho la macchina del pane dico spesse volte siiiiiii!!! Per questa versione, che mi ha soddisfatto pienamente, ho usato la farina integrale ottenendo un impasto leggero ma gustoso farcendola semplicemente con del formaggio senza aggiunta di pomodoro.

INGREDIENTI PER LA MACCHINA DEL PANE

200 grammi di acqua

100 grammi di latte

2 cucchiai di olio extravergine d’oliva

1 cucchiaino di zucchero

2 cucchiaini di sale fino

250 grammi di farina 0

250 grammi di farina integrale

1 bustina di lievito Paneangeli MastroFornaio (confezione argento)

PER LA FARCITURA

150 grammi di gorgonzola dolce

1 mozzarella di bufala

grana gratuggiato

olio extravergine d’oliva (per la teglia)

PREPARAZIONE

Versare nel recipiente della macchina del pane tutti gli ingredienti nell’ordine sopracitato. Azionare la macchina con il programma “8 solo per impasto”. Terminato il tempo di preparazione, ho lasciato la mia forma di pasta a macchina spenta, per circa quattro ore, dopodichè l’ho stesa in una teglia ben oliata. Tagliare il formaggio a quadrotti che metterete ben disposto su tutta la pasta, spolverare con il grana gratuggiato e infornare in forno già caldo a 230°C per circa una mezz’oretta o fino a quando la pasta sarà ben cotta e il formaggio raggiunga un bel colore dorato. Ottima se accompagnata con della birra fredda: noi abbiamo optato per una chiara biologica weisse premium.

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Un “Dolcepensiero” stuzzicante: ogni tanto si ha voglia di qualcosa di dolce, o almeno si dice così! invece a me capita il contrario e cioè voglia di salato… complice un rotolo di sfoglia in frigo, qualche sera fa mi è venuta voglia di fare un qualcosa di saporito per riscaldare un po’ la serata dopo una giornata purtroppo uggiosa e un po’ stressante. Ma di voglia di mettersi a fare anche la più veloce delle torte salate, proprio non ce n’era. Avevo più voglia di stuzzichini da accompagnare ad un bel fresco bicchiere di vino bianco per dare una sferzata ad una ormai passata giornata stancante. Mi sono messa quindi a confezionare dei velocissimi – anzi direi FAST – grissini ricordandomi di questi già proposti e divorati.

INGREDIENTI

1 rotolo di pasta sfoglia

metà scamorza dolce

1 noce di burro

semi di papavero

PREPARAZIONE

Srotolare la sfoglia e tagliare delle striscie larghe circa 5-6 cm: distribuire su tutta la loro lunghezza la scamorza tagliata a fiammifero e in fila. Arrotolare le strisce, tagliarle a mo’ di piccolo grissino e spenellarle con il burro fuso. Ricoprirli con qualche semino di papavero ed infornare in una teglia con carta da forno, per circa 10 minuti in forno già caldo o fino a quando non saranno ben dorati. Ideali anche come accompagnamento a zuppe e minestre di verdura.

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Be non potevo non finire con un post in cui ho radunato tutti i miei acquisti e poi la location mi ha regalato colori e sfondi bellissimi.

I pici sono un tipo di spaghetti fatti a mano toscani. La loro ricetta è estremamente semplice: acqua, farina e pochissimo uovo. Il nome pici deriva dal fatto che chi lavora la pasta deve, alla fine, ottenere uno spaghetto lungo e corposo. I condimenti classici sono ragù di carne o “all’aglione”, un sugo di pomodoro saporito e agliato (vi prometto a presto la ricetta). Se non volete passare tanto tempo ai fornelli, il sugo all’aglione è presente in vendita già pronto all’uso in comodi vasetti oppure ci sono anche dei pacchetti con tutte le spezie secche.

Oltre ai famosissimi pici, ho acquistato anche degli spaghettini dell’Orcia, ottimi anche loro con il sugo all’aglione. Ottimi come antipasto, in Toscana si possono gustare i crostini con vari sapori (famosi sono quelli con i fegatini di pollo e con il tartufo), stessi sapori che si possono acquistare in vasetti di vetro per poi goderseli anche a casa: di regola con del buon pane toscano, quello senza sale per capirci.

Ed eccoci all’oro che si usa in cucina: lo zafferano; anche se tutt’oggi di prodotti d’eccellenza anche le nostre comuni cucine se lo possono permettere, io considero lo zafferano una sorta di “oro” soprattutto per la manualità che serve per raccogliere i suoi preziosi pistilli. Da circa vent’anni, Città della Pieve coltiva il suo zafferano e dal 2003 nacque il Consorzio “Alberto Viganò” per la tutela del “Il Croco di Pietro Perugino – Zafferano purissimo in fili di Città della Pieve”. Il Consorzio è stato costituito per la tutela dello Zafferano di Città della Pieve e si propone di distinguere, tutelare e promuovere la produzione ed il commercio salvaguardandone la tipicità e le caratteristiche peculiari. La sua coltura è faticosa, dopo ore di lavoro chinati con la schiena piegata, alla fine si ottengono pochissimi chili di prodotto (un chilo di pistilli di zafferano corrispondono circa a 200.000 fiori di croco). Lo zafferano nasce infatti dal fiore di croco che rimane sotto forma di bulbo per tutto l’anno per fiorire poi in due settimane d’ottobre. La sua raccolta in steli deve avvenire però prima che fiorisca aprendo dolcemente i petali e prelevando i tre pistilli che ogni fiore può avere. Si passa poi a far essiccare ad una temperatura di circa 40-45 gradi per poche ore per poi poter passare alla vendita. Poi ho acquistato, in un negozio di prodotti biologici, un risotto alle rose.

 

Non poteva mancare il panforte se poi acquistato nella piazza del palio di Siena, fa più chic, voi cosa ne dite? Ho preferito quello classico per me da acquistare al taglio, al cioccolato o classico per qualche mia amica golosa, invece al cioccolato e fichi per la mia mamma che ama questi frutti. Anche se è un dolce tipicamente natalizio, il panforte in Toscana è presente tutto l’anno: è un dolce che nacque verso l’anno 1000 e che veniva confezionato dagli speziali (farmacisti al tempo) destinato alle tavole dei ricchi nobili o del clero confezionato con conce di arancia, cedro e melone, mandorle, droghe e spezie costosissime per quei tempi. Gli ingredienti sono rimasti immutati nei secoli fino all’arrivo della regina Margherita a Siena: uno speziale preparò un panforte senza melone e con una copertura di zucchero vanigliato anziché di pepe nero.

Altri dolci tipici della Toscana sono i ricciarelli e i cantucci. I ricciarelli sono dei biscotti a base di mandorle, una ricetta tipica senese che ha origini in un castello a Volterra (Li). Di forma ovale simile a un chicco di riso ingrandito, hanno pasta morbida delicata con sapore di pasta di mandorle spruzzati di zucchero a velo che li rende ancora più dolci e piacevoli. Mentre i cantucci sono biscotti tipici di Prato molto secchi ottenuti tagliando a fette il filoncino di pasta ancora caldo. La prima ricetta viene ancora custodita in un archivio di stato perchè si tratta di un manoscritto molto antico. Nel XIX secolo, la ricetta è stata modificata e da allora è rimasta tale e quale. Arrivati a Parigi, i biscotti ottennero successo. L’impasto è composto esclusivamente da farina, zucchero, uova, mandorle non tostate ne spellate e pinoli. Come dessert o fine pasto, vengono solitamente abbinati ad una bottiglia di vin santo toscano.

Il pecorino di Pienza. Acquistare una forma di pecorino in una bottega del posto, è un fatto di sensazioni perchè appena entri in negozio, ti avvolgono i vari sentori dei formaggi esposti. Il pecorino di Pienza è un formaggio di nobili antichità: prima si faceva chiamare “Pecorino delle Crete Senesi”. La sua nascita si pensa risalga addirittura al periodo neolitico per via dei ritrovamenti di ciotole per la lavorazione del latte in un villaggio preistorico di Pienza. A tutt’oggi è un prodotto di cui l’Italia fa bene vantarsi; prodotto con caglio vegetale di latte di pecora, il sapore è un mix tra dolce e amaro. La sua stagionatura può variare ma è bene aspettare almeno 30 giorni fino a 4 mesi per avere una più che corretta stagionatura. E’ un marchio DOP. Ottimo con il miele e le marmellate di frutta.

Il salame di cinta senese l’ho acquistato in un negozio prima di arrivare nei vicoli vicino alla piazza. Ricavato dalle carni della Cinta Senese appunto, risale al XIV secolo: è un grosso salume insaccato in budello naturale di peso che varia dai 500 gr ai 2 kg. Compatto nella pasta di colore rosso scuro, dal profumo intenso. Dalle stesse carni si ricava anche il taglio per la famosissina fiorentina. Il salame di Cinta senese viene prodotto da vari macellai e norcini della provincia di Siena riuniti in un consorzio.

Il formaggio pecorino è la specialità gastronomica della Val d’Orcia. Oltre al pecorino di Pienza, considerato il migliore d’Italia, ci sono altre varietà di pecorino presenti in valle. Grazie alle erbe presenti nei prati che vanno dalla Val d’Orcia alla Val di Chiana, il latte delle bestie, risulta molto profumato regalando al formaggio un eccellente sapore. Il pecorino pientino è un formaggio stagionato prodotto con latte ovino pastorizzato, sale, caglio e fermenti lattici selezionati. Il rossellino di Pienza è riconoscibile grazie al suo colore esterno rosso. Confezinato con latte di pecora, è buono se consumato semi-stagionato per sentire meglio il tipico sapore dei formaggi toscani. Il Corsignano – alta stagionatura – deve il suo nome al paesino omonimo, dove nacque Papa Pio II: è un piccolo borgo a sud di Siena. Papa Pio II, trasformò l’antico borgo di Corsignano in una città che, proprio in suo onore, prese il nome di Pienza.

Le cipolle di cannara vengono coltivate da secoli nel paesino di Cannara, appunto, in terreni argilloso-sabbiosi, ricchi di silice, che forniscono le caratteristiche ideali per lo sviluppo del bulbo che richiede acqua ma senza ristagni. Sono un presidio Slow-Food: note sono le sue proprietà e qualità che possiede, tali da renderla ormai famosa in tutta Italia: incredibile è la sua dolcezza e la sua tenerezza della polpa. Le mie cipolle acquistate sono quelle bianche col bulbo appiattito dal sapore più intenso:  ottime per le zuppe, ideali da fare al forno o cotte alla brace. Tutto, nella coltivazione della cipolla è fatto a mano e con grande cura. Le cipolle vengono poi legate a mazzi a formare una treccia con del giunco poi stese sul terreno ad asciugare ma senza avere la luce diretta del sole. La loro conservazione può durare persino un anno tante che in passato, venivano usate come merce di scambio.

Il Brunello di Montalcino è un vino pregiato di colore granato vivace, con profumo intenso e con sapori di sottobosco e piccoli frutti; adattissimo per lunghi invecchiamenti, migliora nel tempo: si va da un minimo di 10 anni fino a 30 anni a volte anche di più.

La conservazione del Brunello di Montalcino è ottima se in cantina frescasenza sbalzi di temperatura, buia, senza rumori e odori; le bottiglie tenute coricate.

Abbinamenti ideali del Brunello di Montalcino, sono con carni rosse, selvaggina con contorni di funghi e tartufi, formaggi (logicamente il pecorino) ma è perfetto anche come vino da meditazione: avere fra le mani un calice di brunello regala ottime sensazioni, un calice che deve essere ampio e panciuto.

Il Brunello di Montalcino dovrà essere servito ad una temperatura di circa 18°C-20°C. Per i vini più invecchiati, meglio decantarli qualche ora prima.

Il Rosso di Montalcino è un vino DOC prodotto nelle cantine di Montalcino. Di colore rosso con odore intenso e dal sapore asciutto e caldo, è il mio preferito: appena stappo una bottiglia, ne gioisco a sentire il suo strepitoso profumo. Ideale per la cucina toscana, può accompagnare primi di pasta con sugo di carne, pollame e carni di maiale e vitello, funghi o tartufi e risotti compositi; secondi preparati con carni di maiale o vitello salsato. Deve essere servito ad una temperatura di circa 18 °C. 

Le birre del birrificio San Quirico sono due (Giulitta e Iris ad alta fermentazione mentre la Giulitta è una birra a doppio malto di fermentazione alta).

Anche vini bianchi in territorio toscano: la Vernaccia di San Gimignano è ora un marchio DOCG, il primo vino italiano a ricevere il marchio DOC nel 1966. Di colore giallo paglierino, dorato quando invecchiato. L’ odore è fruttato/agrumoso con sfumature floreali vicini alla ginestra e mimosa. Di buon sapore asciutto e fresco con retrogusto amarognolo di mandorla amara. Viene prodotto nelle zone vicinissime a San Giminiano e la sua consumazione non deve superare i due anni. Ottimi con primi piatti di salse bianche, fritture e piatti di pesce, uova e carne bianche. Ottimo anche come aperitivo, ideale con gli antipasti. La temperatura di servizio è fredda 8 °C – 12 °C.

E’ un olio sublime, per me: le olive vengono scelte con estrema cura e portate immediatamente al frantoio per evitare l’aumento dell’acidità delle olive rischiando di diventare amare. Al frantoio le olive vengono macinate a freddo e poi pressate a torchio. L’olio extravergine d’oliva Avignonesi è un olio con carattere pieno e strutturato,molto persistente.

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Un “Dolcepensiero” con sentore di primavera… che forse è arrivata. Quando si parla di primavera, il fiore della lavanda è un po’ per molti il simbolo. Il cambio degli armadi richiede profumi nuovi, ideale è la lavanda; nelle fioriere sul balcone iniziano a riprendersi le piante grazie al primo sole caldo e perchè no anche un po’ di lavanda ci sta bene così con la finestra aperta, sale il profumo della lavanda che innonda la casa e poi cosa c’è di meglio per gli occhi, se non il suo viola intenso a contrasto con il verde dei suoi rami? e tutte le api che ci girano intorno per il polline? la loro danza sembra quasi ubriacata dal suo intenso profumo. E si la primavera anche qua a Como è arrivata, maglioncini leggeri e finalmente niente calze e poi Matteo talmente esausto per le giornate passate all’aperto, alle otto più o meno, casca già nel letto… devo essere sincera mi dispiace un po’ sentire la casa silenziosa soprattutto stasera che non c’è neanche Marco, ma così mi posso dedicare al blog e alla cucina mentre mi vedo qualche filmetto alla tv. Ok mi sono dilungata parecchio (sarà l’antistaminico??!!) non so’ ma ora so’ per certo che è giunto il momento di parlarvi della ricettina tutta al viola, colore che io amo! Per fare questo tiramisu’ con ricetta classica, ho utilizzato dello zucchero messo in un barattolo di vetro con semi di lavanda almeno un dieci giorni prima del suo utilizzo. In base al vostro gusto, sappiatevi regolarizzare sulla quantità di lavanda: vi consiglio di andarci piano, gustarsi il dolce e poi definirne le dosi. E’ un dolce in cui si sento molto il retrogusto della lavanda: servitelo in tavola solo se avete ospiti che amano nuovi sapori. Per il resto, la crema è fatta in modo classico con mascarpone, ho usato biscotti petit beurre (simili ai nostri biscotti secchi) e al posto del caffè, cappuccino chiaro per dare un tocco più delicato. Ecco la ricetta nella sua spiegazione:

INGREDIENTI PER QUATTRO COPPE

PER LO ZUCCHERO AROMATIZZATO ALLA LAVANDA

130 grammi di zucchero semolato

1 cucchiaino scarso di fiori di lavanda

PER LA CREMA

180 grammi di mascarpone

2 uova

qualche pezzetto di cioccolato al latte

un pizzico di sale

20 biscotti petit beurre

1 tazza di capuccino con caffè decafeinato.

PREPARAZIONE

Per lo zucchero aromatizzato alla lavanda: utilizzare un vasetto con il tappo, dove mettere lo zucchero con i fiori di lavanda che lascerete chiuso per una settimana, agitandolo di tanto in tando.

Preparare le crema: prendere le uova, separare i tuorli dagli albumi che dovranno essere montati a neve con un pizzico di sale (nella planetaria con la frusta a filo). Separate lo zucchero dai fiori di lavanda lasciando solo una decina di fiori (se preferite anche senza). Nella ciotola della planetaria, con la frusta K flexi, unire i tuorli allo zucchero e azionare l’impastatrice fino ad ottenere un composto bello spumoso. Aggiungere il mascarpone, azionare di nuovo, aggiungere gli albumi a neve e finire d’impastare aumentando la velocità gradatamente fino a quando il composto sarà amalgamato, ben cremoso e chiaro.

Preparare il capuccino: io ho utilizzato la macchina espresso preparando un capuccino con caffè decafeinato, poco, e latte.

Impiattare le coppette: inzzuppare i biscotti nel capuccio, due per ciotola, versarci un po’ di crema, continuare con altri due biscotti e un’altro strato di crema. Con i restanti biscotti, triturarli grossolonamente insieme al cioccolato: spolverizzare i tiramisù con le briciole di cioccolato e biscotti. Servire freddo.

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Di parlare della Toscana non ho finito… ma non potevo aspettare a pubblicare questo bellissimo post. L’ultimo giorno di permanenza in Toscana, l’abbiamo passato a Montepulciano zona famosissima per il suo nobile vino che io adoro. Anche Montepulciano è posto su una collinetta (come si vede dalla foto), è un paesino molto grazioso che ti fa subito pensare a guerrieri con armature e dolci donzelle in abiti dai colori vivaci intente a preparare pranzi lucculiani… è questa l’aria che respiri mentre ti immeti nel paese dopo aver passato la porta principale.

Le botteghe sono quasi tutte costruite in anfratti con muri a vista che regalano un’emozionante suggestione fiabbesca. Una cosa è certa… il loro buon vino, nobile e decisamente famoso. Le vie del paese sono un susseguirsi di botteghe ed enoteche/ristoranti dove gustare le prelibatezze della Toscana.

E i nostri acquisti non potevano che essere solo ed esclusivamente TUTTO VINO e anche olio, non si può andare a casa senza un nobile di Montepulciano.

Famosissimo e apprezzato in tutto il mondo, il Nobile di Montepulciano era già famoso ai tempi degli Etruschi, oggi marchio D.O.C.G. Il nome Vino Nobile deriva dalla sua qualità e dal fatto che veniva usato nelle tavole dei nobili e dei signori di Montepulciano. I vigneti devono far parte esclusivamente del comune di Montepulciano e solo in quelli può essere prodotto. Prima della vendita al pubblico, sono obbligati a passare ben 2 anni dalla vendemia.  Il Nobile di Montepulciano è un vino dal colore rosso granata a riflessi aranciati, i suoi profumi ti avvolgono e si sentono susine, lamponi e viola mammola. Il gusto è asciutto; il Nobile di Montepulciano va conservato con la bottiglia orizzontale. Si accompagna bene con arrosti di carni bianche e rosse, con l’umido, selvaggina e formaggi stagionati e piccanti (pecorino di Pienza o il formaggio di fossa). Servire alla temperatura di 18-20°C, aprendo la bottiglia almeno due ore prima dell’utilizzo.

 

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Un “dolcepensiero” in tv: ieri ero a Roma, accompagnata gentilmente dalla mia amica Cristina, ospite da MATTIA POGGI, il noto volto televisivo di ALICE TV su canale 416 di sky. Chef diplomato all’Alma contenso niente meno che da Madonna e Jennifer Lopez, oltre ad essere molto – e sottolineo  molto – bravo, si è presentato a me anche gentile, semplice e simpatico. La mia giornata con lui è volata: pensavo di essere emozionata e di fare qualche figuraccia ma appena ho stretto la sua mano, mi sono rilassata grazie alla sua disponibilità e anche a quella dei suoi collaboratori, tutti gentili e cordiali.

Prima di passare al trucco, ho potuto scambiare due chiacchere con Mattia che mi hanno fatto molto piacere e mi ha tranquillizato.

Le sue ricette sono giovani, fresche e di facile esecuzione: durante le sue trasmissioni si possono conoscere piatti da rifare in casa senza tanti problemi. Ed è per questo motivo che ho deciso di portare una ricetta facile e adatta alla stagione che sta per arrivare. Passati dalla cucina, ho finito di richiedere tutti gli ingredienti e siamo poi passati nello studio televisivo dove abbiamo registrato la mia puntata. E allora ciak… si parte!!!

Infatti ho presentato la mia ricetta senza troppe emozioni: si a esser sincera mi tremavano un po’ le mani per la paura di sbagliare ma alla fine sono andata spedita senza intoppi e poi sarete voi che mi direte come sono venuta, ok? Ho presentato un piatto di pesce veloce e appetitoso:

MERLUZZO CON TARTARE DI POMODORI E PESTO ALLA FRUTTA SECCA

INGREDIENTI PER DUE PORZIONI

2 filetti di merluzzo (circa 150/170 grammi l’uno)

qualche fettina di pane abbrustolito

PER LA TARTARE DI POMODORI

2 grossi pomodori maturi

olio extravergine q.b.

1/2 spicchio d’aglio

PER IL PESTO DI FRUTTA SECCA

20 grammi di pistacchi salati già sgusciati

20 grammi di gherigli di noci

30 grammi di olive verdi giganti snocciolate

15 grammi di capperi di Pantelleria

qualche foglia di timo tritata

qualche foglia di salvia tritata

qualche ago di rosmarino tritato

olio extravergine q.b.

PREPARAZIONE

Ho iniziato con il preparare il pesce chiaccherando con Mattia: lessare in acqua salata il merluzzo per circa un paio di minuti, scolarlo prima che si sfaldi. Adagiarlo su un piatto a raffreddare. Sono poi passata a preparare la tartare di pomodori: lavare, tagliare i pomodori in quattro parti e privarli dei semi; affettarli a pezzi piccoli. Metterli in una ciotola con un filo di olio extravergine (se amate il sapore dell’aglio, sminuzzare con un coltello mezzo spicchio e unirlo ai pomodori). Ho continuato con la preparazione del pesto: Mattia, da grande chef che è, ha affettato tutto a coltello, io a casa con il mixer. Tritate finemente le noci con i pistacchi, unire poi i capperi e le olive e tritare ancora; unire un filo di olio per rendere l’impasto più morbido e spalmabile. Sminuzzare anche le erbe aromatiche da unire al pesto e mischiare bene il tutto (con un filo di olio ancora se necessario). Da qui è partita la pubblicità e con Mattia abbiamo scherzato un po’.

Terminata abbiamo impiattato con l’aiuto di un coppapasta; iniziare con lo strato di pomodori leggermente scolati dall’olio in eccesso, premere delicatamente; passare allo strato di pesce tagliando il filetto in piccoli pezzi con l’aiuto di una forchetta per controllare eventuali spine; sovrapporre al pomodoro e premere delicatamente; con il pesto alla frutta secca, spalmare tutta la superficie del pesce premendo leggermente, terminare con il pane abbrustolito e un filo di olio sopra, qualche cubetto di pomodoro e qualche rametto di erbe fresche. Sfilare il coppapasta e con la tartare e il pesto che avanza, confezionare un paio di bruschette.

Terminata la registrazione, Mattia ci ha accompagnate a radunare le nostre cose; nel frattempo mi chiama Marco e Mattia è stato troppo carino, si è messo a chiccherare con lui al cellulare come fossero amici. Per noi ormai a malincuore, era giunta l’ora di uscire dagli studi, Mattia gentilmente ci ha accompagnate salutandoci caldamente. Quindi non mi rimane che invitarvi alla visione della mia puntata (9 maggio h.07,30 – 15,30 – 20,30 su sky canale 416) e di preparare anche voi la mia ricettina… Ringrazio MATTIA POGGI per la sua gentile disponibilità e anche tutto il suo staf.

LA MIA RICETTA LA POTETE TROVARE ANCHE SUL BLOG DI MATTIA POGGI SU ALICE TV:

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Un “dolcepensiero”: che bella l’aria del mercato dove tra un banco e l’altro, si sentono urlare i negozianti che si fanno rispettivamente delle battute e le signore del paese che si fanno una bella risata oppure rispondono anche loro con voce un po’ scanzonata. Era da tanto che non salivo al mio paese che poi dista solo 5-7 km da dove abito adesso, per recarmi al mercato… e oltre a trovare del buon pesce fresco, ho riassaporato un po’ di aria semplice e “caciara”. E tra un buongiorno e un ciao, ho rivisto con piacere parecchi visi che da tanto non incrociavo per il semplice fatto che quando salgo ad Albavilla sono sempre di fretta, vado dai miei e poi ritorno in quel di Lipomo!!! Ormai la primavera non è solo sul calendario: appena la giornata è soleggiante, il caldo inizia a farsi sentire regalandoci un piacevole tepore: sarà per questo che inizio ad avere voglia di estate, sarà che le vacanze di giugno e agosto sono ormai prenotate, quindi si parte dalla mia cucina a preparare qualcosa che “sa di sole”:

INGREDIENTI PER QUATTRO PERSONE

4 tranci di pesce spada

1 cucchiaio di capperi di Pantelleria

350 grammi di pomodori

1 spicchio di aglio rosa

prezzemolo tritato q.b.

il succo di mezzo limone biologico

olio extravergine d’oliva q.b.

un presino di sale

pepe macinato fresco

PREPARAZIONE

Con un coltellino affilato, tritare capperi e prezzemolo finemente; tagliare anche i pomodori a pezzetti piccoli. Scaldare in una pentola antiaderente capiente, qualche cucchiaio di olio extravergine d’oliva e uno spicchio di aglio schiacciato con la buccia, porre i tranci di spada e farli rosolare da ambo le parti; togliere lo spicchio di aglio. Continuare la cottura a fuoco medio-basso rigirandoli spesso fino a quando saranno teneri, regolare di sale e pepe e bagnarli con il succo di limone. Intanto in un’altra padella con qualche cucchiaio di olio, far rosolare i pomodori tagliati a pezzettini piccoli, aggiungere i capperi con il prezzemolo e regolare di sale. Terminare entrambe le cotture, impiattare il pesce con il contorno di pomodori e capperi: ottimo qualche pezzo di pane abbrustolito a mo’ di bruschetta.

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Di solito ho aperto i post precedenti sulla nostra vacanza in Toscana, con qualche bellissimo panorama… ma questo scatto di Matteo mi piace troppo per non metterlo. A lui dedico questo post che, nonostante i suoi 4 anni, si è comportato da perfetto ometto e si è girato questi paesi senza fare una piega, camminando e camminando come noi senza mai lamentarsi; e poi con la macchina fotografica, beh sembra anzi è un perfetto turista. Da Siena, siam passati – il giorno dopo – a Città della Pieve, location per la stra famosa fiction di canale 5 dove si sono affiancati tantissimi personaggi della televione che sono sulla breccia del successo. Questa fiction mi ha tenuto occupata mentre allattavo Matteo durante le notti passate con il mio piccolo: per non cadere nell’abbiocco delle tre del mattino, accendevo la televisione e fra un ruttino e l’altro, mi sono guardata parecchie repliche sulla pay-tv, di questa notissima fiction. Con il tempo ho imparato ad amarla e ad amare i suoi protagonisti. Città della Pieve è completamente diversa da come appare in tv: tutto dal vero sembra più piccolo ma i caratteristici vicoli, dove avvenivano gli inseguimenti dei carabinieri, quelli sono come si vedevano in tv; piccoli, stretti con queste mura con sassi a vista. Per giungere in centro, si può posteggiare all’entrata della città dove ci sono ampi parcheggi non a pagamento. Lungo la via principale della cittadina, era in corso la manifestazione delle botteghe artigianali, tutte aperte e tutte al lavoro: ottima idea per acquistare qualche regalino.

La visita alla cittadina è facile perchè indicata con cartelli dove si descrivono i vari percorsi che si possono fare per godersi ogni angolo della città. Una città anch’essa posta su un colle che domina la Val di Chiana caratterizzata dalle sue mura rosse.

Terminato il viale in salita dove si affacciano le botteghe in festa, si arriva ad una piccola piazza dove c’era il mercato di prodotti tipici divisi per regione italiana. Era anche ora di pranzo quindi, un buon panino con porchetta umbra – ideale “street food” – non poteva mancare. Qualche giorno fa su Gambero rosso chanel, ho guardato la nuova trasmissione della Ravaioli che faceva vedere i vari tipi di street food: il panino con la porchetta è un must nel centro italia infatti lei stava trasmettendo dai castelli romani e hanno spiegato molto bene come tagliare la porchetta tenendo il braccio dietro a quello che taglia la porchetta. Cosi hanno fatto i mastri salumai che ci hanno preparato questi paninazzi.

E secondo voi con queste belle bancarelle potevo venire a casa a mani vuote? non sia mai!!! Allora iniziano con i salami di cinghiale:

Sempre parlando di prodotti umbri, non potevo mancare all’acquisto di qualche tartufo, delle cipolle di Cannara – presidio slow food –  e lo zafferano di Città della Pieve. Cannara è una piccola cittadina umbra dove, da secoli, si coltiva la cipolla di Cannara. Ne esistono tre diversi tipi: la Rossa di Toscana o di Firenze con bulbo di colore rosso intenso a forma sferica e schiacciata nella parte superiore, la Borettana di Rovato con bulbo appiattito di color giallo paglierino e la Dorata di Parma con un bulbo dorato con la parte superiore appiattita. A Cannara la coltivazione delle cipolle è ancora completamente manuale come tradizione vuole. Le cipolle vengono conservate nella caratteristica treccia.

Terminato il nostro giro gastronomico, non potevano mancare alle foto nei luoghi dove si è girata la fiction Carabinieri e non potevo mancare ad un caffè al bar Pippo ed Gemma.

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Non si poteva aprire il post sulla giornata a Siena se non con la foto di una delle piazze più famose al mondo, quella piazza dove per due volte all’anno, si disputa ancora uno palio antichissimo che a tutt’oggi divide le persone fra chi vuole ancora mantenere le tradizioni e la cultura del paese e chi invece declama la crudeltà a cui sono sottoposti i cavalli. Piazza del Campo si apre a noi dopo aver passato vicoli bui e stretti per poi arrivare davanti ad una piazza che ti stupisce per la sua normalità: dico questo perchè in televiosione – quando si guarda il palio – vuoi per la tanta gente assiepata all’interno della piazza, vuoi per tutti i palchetti che vengono eretti per la gara, sembra molto più grande e il dislivello che vedi e senti sotto i piedi, in tv – pur sapendo che c’è –  non lo percepisci affato. L’atmosfera è magica, deve proprio essere affascinante seguire il palio da li perchè poi come se fosse il centro di un fiore, ai lati si aprono tantissimi vicoletti che portano alle varie contrade. Siena, oggi città metà di tantissime persone e più che mai in questo periodo metà di gitè scolastiche, è una città organizzata dove in periferia – ma non lontanissimo –  trovi posteggi gratuiti sia per macchine e pullman e lungo i giardini, si arriva facilmente alla città antica.

Famosissima per il suo palio, se sei in giro per Siena non puoi non acquistare una bandiera di qualche contrada che svolazzano alle pareti di negozietti di souvenirs. Infatti Siena è nota per il suo palio che viene sempre trasmesso dalla rai in mondovisione. Nota anche la competizione e l’amore fra i senesi e più precisamente fra i contradaioli che vivono il palio con il cuore. Lungo le vie storiche della città, oltre alle mura e ai palazzi antichi, ci si imbatte ancora in trattorie e osterie centenarie se non millenarie passate in generazioni.

Cosa abbiamo acquistato a Siena? In fretta e furia perchè il bel tempo – si fa per dire – ci ha accompagnato solo fino al tocco, abbiamo acquistato i dolci tipici di Siena: cantucci un classico quelli da “puciare” nel vin santo, i ricciarelli dolci e morbidi, il panforte ormai confezionato in vari modi dal classico che si compra fresco a pezzi a quelli confezionati in carta spessa da regalare magari quello al cioccolato, cioccolato e fichi e al vin santo (tanto per fare degli esempi). E poi passando da una bottega di salumi, non ho saputo resistere sul salame di cinta senese.

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